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In una casa situata
lungo la via intitolata al suo nome, il quattro febbraio 1789 nacque
il Barone Domenico Melis.
Figlio di Battista Melis dei Barranca di Tuili e di Anna Secci,
nativa di Genoni. La sua famiglia era composta da sette fratelli, il
Barone Melis era il quinto dei figli. Dei
suoi fratelli uno, Francesco, era un celebre poeta dialettale; un
altro, Antonio, era Frate della Mercede.
Venne battezzato lo stesso giorno in cui nacque con i nomi di
Domenico, Antonio e Matteo.
Che la sua famiglia fosse povera lo si può dedurre anche dal fatto
che in archivio parrocchiale è conservato l’atto di caricamento di
censo della stessa famiglia a causa
delle ristrettezze economiche.
La storia del Barone Melis probabilmente si è arricchita di
fantasia, come la storia della fuga a Cagliari, qui di seguito
riportata.
Un giorno mentre mieteva il grano in compagnia del padre in Pardu
Casteddu, vicino al castello di Las Plassas, Domenico Melis, che
allora aveva circa dodici anni, vide
passare un carro diretto a Cagliari. In un momento di distrazione
dal padre, lasciò il lavoro di mietitura e rincorse il carro.
Raggiuntolo chiese al carrettiere di condurlo
in città. Ne ebbe un rifiuto, ma non si diede per vinto e seguì il
carro a piedi. Oltre il paese di Villamar il carrettiere, visto il
ragazzo, che non desisteva dal seguirlo, si
decise di portarlo con se e condurlo a Cagliari. Appena arrivati il
carrettiere consegnò il giovane Domenico alla polizia, la quale
avvertì il padre del giovane e nel
frattempo lo affidò alla famiglia del giudice Randaccio. Inutile
dire che il padre era disperato, aveva cercato il figlio
dappertutto, senza esito. Ricevendo la notizia del
ritrovamento si recò a Cagliari per riportare il figlio a casa. Ma
trovandolo alloggiato presso una famiglia signorile decise di
lasciarvelo. Probabilmente la vera storia è
quella che Domenico Melis, figlio di un povero contadino che aveva
una famiglia numerosa da allevare, venne mandato a Cagliari per
lavoro; e lo trovò presso la
famiglia del giudice Randaccio in qualità di “maioleddu” cioè di
servo.
E in questa famiglia, nei momenti di pausa dal lavoro, si dedicava
allo studio. Sicuramente le sue doti e le capacità erano non comuni,
dato che riuscì a frequentare
tutte le scuole, forse grazie anche all’aiuto del giudice che lo
aveva preso in simpatia.
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